Il fumo dei bracieri di Olimpia non saliva verso il cielo; veniva risucchiato.
L’aria della sera, di solito pesante per l’odore di grasso bruciato e sudore degli atleti, si era fatta improvvisamente rarefatta, fredda come il metallo. Licaone sentì i peli sulle braccia drizzarsi. Aveva appena vinto la corsa dei carri e il pancrazio; i suoi muscoli erano ancora caldi, rigati di olio e polvere, e il sangue gli pulsava nelle tempie con il ritmo di un tamburo di guerra. Ma la corona di ulivo selvatico che stringeva in pugno sembrava d’un tratto un pezzo di legno inutile.
Davanti a lui, lo stadio stava svanendo.
Non era la nebbia. La luce del tramonto si stava letteralmente spezzando in linee geometriche, distorcendo le colonne del tempio di Zeus come riflessi su uno scudo di bronzo ammaccato. Al centro della pista, lo spazio si aprì con un sibilo sordo, un suono a bassa frequenza che fece vibrare i denti di Licaone e accasciare al suolo il vecchio sacerdote, che iniziò a pregare nel fango con la faccia tra le mani.
Dalla cicatrice di luce emersa nel vuoto fece un passo avanti il Reclutatore.
Non era un dio fatto di nuvole. Era un essere umanoide, altissimo, la cui pelle aveva la consistenza opaca del titanio spazzolato. Indossava un’armatura leggera, logorata da graffi profondi e bruciature da impatto, coperta da una tunica di un tessuto sintetico che fluttuava contro ogni legge del vento. Sul petto, incisa nel metallo vivo, spiccava un’icona d’argento: una sirena stilizzata le cui ali si perdevano in una spirale di costellazioni. Lo stemma della Casata Parteno.
La scuderia della periferia. Quella che una volta dominava i cieli, e che ora mandava i suoi ufficiali a raccogliere i rimasugli nei mondi di confine.
«Il tuo tempo su questa roccia è scaduto, Licaone», disse il Reclutatore. La voce non passò attraverso l’aria; era un impulso neurale, freddo e privo di vibrazione, che risuonò direttamente dietro gli occhi dell’atleta.
Licaone fece un passo indietro, i piedi che affondavano nella sabbia della pista. «Chi sei? Ares? Ermes?»
Il Reclutatore accennò un sorriso amaro, un movimento puramente meccanico delle labbra metalliche. «Solo nomi che avete inventato per dare un senso a ciò che non potevate comprendere. Non siamo divinità, terrestre. Siamo i vostri proprietari. E la nostra Casata ha bisogno di carne da stendere nell’Arena Centrale. Muoviti. La sfilata delle nazioni non aspetta i selvaggi.»
Il vecchio sacerdote sollevò la testa, la barba imbrattata di terra. «Mio signore… i sacrifici… le preghiere…»
«Rumore bianco», lo interruppe l’alieno senza nemmeno guardarlo. Estrasse un cilindro d’acciaio opaco dal fianco. Il dispositivo emise un clic idraulico e un cono di energia azzurra, densa e satura di particelle orbitanti, avvolse il corpo di Licaone.
L’atleta provò a lottare. Sollevò i pugni che avevano abbattuto i giganti di Sparta, gridò contro il cielo, ma la gravità intorno a lui si era azzerata. Il raggio traente lo sollevò, strappandolo al suolo. I suoi occhi incrociarono per l’ultima volta le colonne di Olimpia, che si rimpicciolivano mentre l’aria si trasformava nel vuoto cosmico.
Licaone non stava morendo. Veniva arruolato nell’esercito invisibile degli dèi.
Dietro di lui, sulla Terra, la sabbia dello stadio si riassestò con un colpo di frusta sonico, lasciando solo l’odore acido dell’ozono e il sacerdote a piangere nel buio. La caccia ai campioni era finita. La quarantena stava per cominciare.

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